Platone e Internet "Il Veses" novembre 2007

Il phàrmakon, medicina e veleno

socrate al pc

Platone e Internet: un accostamento troppo ardito? Be’, per quanto geniale, il grande filosofo nel IV secolo a.C. non poteva certo prevedere la rete delle reti. Eppure indirettamente ha qualcosa da dirci in proposito.

Nel "Fedro", una delle sue opere più importanti, Platone mette in bocca a Socrate un mito diventato famoso a proposito dell’invenzione della scrittura, la più grande rivoluzione tecnologica nel campo delle comunicazioni. Nel mito, il dio egiziano Theuth spiega al faraone Thamus i vantaggi della scrittura, da lui inventata insieme a tante altre arti: “una medicina (phàrmakon) per la sapienza e la memoria”.

Thamus è perplesso, anzi crede fermamente che essa, al contrario, ridurrà la memoria, affidandola a un mezzo esterno, e impoverirà la sapienza degli uomini.

Toth

Per quanto a parlare sia Socrate, che, si sa, non lasciò ai posteri una sola riga scritta, pure questo mito suscita un dubbio: ma come? Proprio Platone, l’unico filosofo antico di cui ci siano pervenute in toto le opere destinate alla pubblicazione, in un suo dialogo scritto si scaglia contro la scrittura? Lui che grazie ad essa ci ha tramandato l’opera di Socrate ed è diventato a sua volta uno dei pilastri della cultura mondiale? E’ il solito contraddittorio misoneismo, l’avversione alle novità che serpeggia perfino tra noi moderni di fronte alle ultime tecnologie?

Naturalmente no. Proviamo a spiegarlo in estrema sintesi. Per Socrate-Platone, la scrittura è un phàrmakon, parola che indica sia la medicina sia il veleno: in quanto medicina è un valido aiuto per il recupero e la trasmissione delle informazioni, ma l’abbondanza e la reperibilità dell’informazione non potenzia la memoria, che si affida a un mezzo esterno.

E soprattutto non è sapienza, perché da sola non basta a comprendere e valutare; qui sta il veleno.

Sentite Thamus:

“Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti.

Platone, Fedro, 274 c

Socrate


Bella botta, eh?! E’ difficile (visto?!) non sentirsi chiamati in causa, noi dell’epoca di Internet: la gran massa di informazioni a nostra disposizione è un’enorme risorsa, ma di per sé non basta a fare di noi persone colte, né tantomeno sapienti.

Possiamo farne a meno? Platone, una generazione dopo Socrate, non fece a meno della scrittura: capendo il valore della medicina, corse il rischio del veleno. Per nostra fortuna!

Il dialogo

Platone

La forma letteraria in cui sono scritte tutte le opere di Platone (427-347 a.C.) è il dialogo, in cui egli mette a confronto varie opinioni sviluppando progressivamente una teoria. Personaggio cardine dei dialoghi platonici è Socrate, suo maestro, la cui dottrina ci è pervenuta in prevalenza per suo tramite.

La scelta del dialogo non è un caso: la cultura dell’epoca era quasi soltanto orale, la scrittura si stava affermando solo come mezzo per leggere ad alta voce o imparare a memoria. Soprattutto la filosofia si sviluppava nell’insegnamento, nel rapporto personale tra maestro e discepoli.

Per Socrate e Platone non c’è cultura senza rapporto, confronto e dialogo.

E’ vero: non basta un libro di ricette per diventare buoni cuochi; e la scuola, ahimè, sarà pure noiosa, ma un ragazzo lasciato solo davanti a TV, CD-Rom, DVD, audio/video cassette, Internet… qualcosa impara, ma non cresce bene.

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