Copia-e-incolla "Il Veses" dicembre 2009

L'ecolalìa del copia-e-incolla

Si fa sempre più fatica a leggere i testi pubblicati in internet: errori, sgrammaticature, accenti sparpagliati a caso come gli apostrofi, maiuscole, abbreviazioni criptiche, termini usati a sproposito…

tastiera

Non è solo questione di ignoranza (non manca, certo), né solo di fretta e necessaria sintesi, o del contesto comunicativo informale, come certi blog e forum. Il fatto è che gli errori si trovano sempre più spesso in testi che dovrebbero essere più controllati, e anzi anche nella carta stampata, nelle comunicazioni ministeriali, nelle circolari del preside, perfino nei libri di testo delle scuole.

Dove si annida il virus della sgrammaticatura? Un po’ dappertutto, e un po’, un bel po’, nella comodità del copia-e-incolla.

pallina

Ve li ricordate, voi vecchietti, quei maledetti errori che ci costringevano a riscrivere daccappo, a mano, tutta la lettera? O che nascondevamo col bianchetto, aspettando di poter riscrivere il carattere; o che, meraviglia delle meraviglie, cancellavamo nel breve display della macchina elettronica prima che la pallina o la margherita imprimesse il suo secco segno sul foglio?

La questione però non è solo tecnica. Copia-e-incolla è anche un modo di pensare e di agire. Motore di tutto è la pigrizia: fisica, ma soprattutto intellettuale. Si fa fatica a cercare le informazioni, e ancora di più a verificarle confrontando le fonti e a farle proprie integrandole con le altre che abbiamo già.

La conoscenza, come la comunicazione, ha bisogno di rielaborazione per non restare sterile nozione. Non a caso si fa differenza tra erudizione e cultura: la prima è in “insieme” di informazioni, la seconda è un “sistema” di conoscenze che fanno diversa la persona. Anche sapendo molte cose potremmo essere solo degli eruditi se queste “cose” non ci cambiano il modo di essere e di vedere la vita (ricorderete Socrate nel Fedro di Platone: “imbottiti di opinioni invece che sapienti” articolo).

Basta guardare i ragazzi a scuola: le “ricerche” oggi non si fanno più sui libri, per cui almeno si doveva ricopiare e qualcosa restava in testa, ma su internet: due o tre clic, prima pagina che si trova, copia-e-incolla e siamo a posto. Neanche lo sforzo di leggere. Nessuno contesta l’importanza di internet per diffondere la cultura, ma cultura non è senza rielaborazione personale.

E' nella testa che la copia prende senso.

Peggio è poi quando si limitano al copia-e-incolla gli adulti, in particolare i formatori-informatori: non di rado giornali e telegiornali si rimbalzano l’un l’altro le stesse informazioni, troppe volte senza verificarle, in una sorta di ecolalia infinita.

Gran copia di copie

strigile Lisippo strigile Lisippo

Non bisogna demonizzare le copie. Tutta la cultura si basa su copie.

In generale le esperienze dirette delle cose sono tutto sommato limitate: i viaggi – ma non è scontato – alcuni lavori, le relazioni umane "fisiche" (e anche lì… mah!). Ma in campo culturale non capita quasi mai.

Pensate alle opere letterarie: a meno di non ascoltarle dalla voce dell'autore, sempre le leggiamo in copia; quelle antiche ci sono pervenute attraverso una lunga catena di copie.

E la musica? E il cinema? Forse l'architettura, già. Ma l'arte figurativa? Le statue greche, specie in bronzo (fuso nei secoli magari per fare cannoni…), ci sono arrivate per lo più in copie romane marmoree; e anche i quadri li conosciamo spesso solo nelle riproduzioni.

Perfino nei musei, talvolta, si vedono copie (perfette) per motivi di sicurezza…

Pigrizie ministeriali

Caso tra i tanti a cui ci ha abituato il Ministero della Pubblica Istruzione. Non per questo meno grave, anzi: la maturità del 2008 si è distinta per l'enormità delle cantonate prese dagli "esperti" ministeriali.

Oltre al brano montaliano indirizzato a un uomo in cui si costringeva lo studente a cercare "il ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile", un altro gioellino riguarda proprio una copia.

Si tratta del celebre "Galata morente", copia romana del I secolo a.C. di un originale del III secolo proveniente dall'Asia Minore, ed è uno dei documenti proposti per il tema di ambito artistico-letterario dal titolo "La percezione dello straniero nella letteratura e nell’arte."

A fianco della foto della statua compare questo commento:

Galata morente Galata morente "È una scultura romana del I secolo a.C., che raffigura un soldato galata morente. Il guerriero, straniero ai Romani, è colto in punto di morte mentre il corpo si accascia sullo scudo, con il quale i Celti si opponevano al nemico celando il corpo nudo. Dallo scudo si staglia il combattente con il torso flesso e ruotato verso destra a far risaltare l’incisione della ferita."

Gli "esperti" del Ministero dimenticano di informare sul contesto in cui l'originale si colloca, e anche del fatto che la statua in esame fosse una copia (non quindi una statua "romana") ma depistano lo studente lasciandogli credere, pur senza dirlo, che il guerriero celtico raffigurato sia nemico dei romani. Cosa che non è, come testimonia anche S. Paolo quando scrive ai Galati... dell'Asia minore, appunto.

Ecco un buon esempio di pigrizia intellettuale e di mentalità del copia-e-incolla.

Venere di Cirene

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(risparmio i link alla Wikipedia: trovate tutto, naturalmente)

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